Home Critica Critica L’egida della materia come emblema di me stessa

I miei periodi espressivi sono diversi tra loro, ma comunque attraversati da un “fil rouge”: la materia, la materia vera e propria, nel suo significato di “elemento” e di “segno”. Uso materiali eterogenei, naturali ed artificiali, a volte poveri, a volte ricchi, a volte usurati dal tempo, oppure nuovi, ma che in ogni caso si sono distaccati dalla loro forma statica oggettuale originaria, per poterne sfruttare appieno tutte le possibili opportunità di trasformazione. Il mio rapporto con la materia è incentrato sul bisogno fisico di manipolarla, di plasmarla, quasi a conferirle un’anima che prima non possedeva. Perché la materia è una forza oscura, ma dotata di molteplici attitudini, che si prestano ad attualizzare altrettante oscure intuizioni.

La materia è anche veicolo di un ricco simbolismo carico di significati: il mio gesto preliminare parte dalla scelta del supporto di base rappresentato sempre da una tavola di legno, il nudo legno, inerme ma vivo, che attende solo la mano per vivere nuove forme, sovrapponendo strati di colore, misto a materiali sabbiosi, intervenendo a volte con segni, a volte con simboli, a volte con graffi, come a voler rappresentare un muro raschiato pregno di eventi. Ovviamente il procedimento diventa più lento rispetto agli altri indirizzi dell’arte informale, considerati i tempi di asciugatura dei materiali usati. È necessario precisare che alcune delle mie opere sono frutto di una lunga meditazione, mentre altre sono dettate dall’impulso e dalla passione del momento; per ciò che concerne le prime, cerco di calcolare l’equilibrio compositivo del supporto, valorizzando al massimo le caratteristiche della superficie e interessandomi alla forma da rappresentare , unita al gioco delle tinte, giocando con la materia. Attraverso questo procedimento esploro le potenzialità evocative di quella, libera di per sé, ma pronta ad essere plasmata. Protagonista indiscussa è la materia stessa, in tutta la sua realtà fenomenica. Per ciò che riguarda le opere frutto di una spinta istintuale, esse sono per lo più legate a sensazioni ed emozioni del vivere quotidiano, in una sorta di catarsi interiore: inizialmente si avverte un magnetismo verso verità primordiali, archetipi sepolti in insondabili profondità, quelle che noi tutti abbiamo ma non sappiamo di possedere, la quotidianità mira a risvegliarle, sollecitandone una rappresentazione immediata, considerato che il maggiore pericolo è quello di disperderle con la consapevolezza:

“Vedere non è fidarsi delle apparenze, ma insegnare all’occhio a servirsi di quelle armi mentali che formano le apparenze e portano a sapere come le apparenze si fondano e perché ciò avvenga, portando le apparenze a rendere più segreto il segreto dell’uomo, il cui destino è, essendo trovato un perché, di cercare il perché di quel trovato perché….” (G. Ungaretti).

Luogo di lavoro

 

“Dentro di noi c’è un luogo silenzioso e sacro dove possiamo ritirarci in qualsiasi momento ed essere noi stessi” (H. Hesse).

Il luogo in cui amo esprimermi è un luogo silenzioso, appartato, dove riesco a mettere a nudo la mia anima, a soggiornare a lungo in essa, una sorta di rifugio in cui attingo forza vivificatrice. Mi sono compiaciuta nell’attribuirgli il nome di “caverna”. La “caverna” nella preistoria è il luogo in cui l’uomo ha la possibilità di sperimentare finalmente l’arte, che è sempre una propensione verso il miracolo della sorpresa, di ciò che è insperato e insperabile. La “caverna” è il desiderio di sentirsi liberi, è la verità che vuole distruggere la menzogna.

 

Le Maschere

Alcune mie opere ritraggono volti colti nel loro vivere quotidiano, nella loro verità. Le cosiddette “maschere”, che qualcuno indossa nella consapevolezza di trarre in inganno il suo interlocutore, ma che invero generano un' immediata azione di “smascheramento”, e un immediato sentimento di repulsione verso queste tipologie caratteriali. Esse, pertanto, sono dominate da una valenza psicologica ben definita, la quale interviene nella forza dell’espressione, assieme ai vari gradi di luminosità e alla forza del colore, creando così un’identificazione cromatica tra il carattere della maschera e l’impatto estetico. Questi volti, in quanto rappresentativi dei lati più negativi dell’indole umana, non comportano un piegarsi all’estetica: pur rispettando le regole dell’equilibrio compositivo, l’occhio rifugge dall’opera stessa, provandone disgusto e repulsione.

Se di primo acchito potrebbe sembrare che le figure siano di immediata ispirazione ed attuazione, osservandole più attentamente, vi si legge una vera fatica di ricerca, di studio e di lavoro. L’impulso emozionale guida la spinta iniziale, ma in una seconda fase è il cervello che porta a compimento l’opera.

 

 

Le Porte

 

Altre mie opere rappresentano un periodo di passaggio tra due diversi modi di rapportarsi alla realtà: scorrendone alcuni titoli (“La porta del Mondo”, “La porta del Dolore”, “La porta della Rinascita”…), si scorge un attraversare ed un entrare in rapporto con il tutto e sganciarsi come parte di un meccanismo, è trovare il dialogo con il mondo interiore, necessario tanto quanto quello esteriore. A tal proposito mi piace ricordare un’opera di Peter Birkhauser, intitolata “Sulla soglia”, in essa egli appare atterrito dalla sua stessa forza creativa, tenta di tenere chiusa una porta al di là della quale vi è un animale spaventoso, lo stesso di cui egli ha paura, in verità simboleggia la sua vocazione e l’energia che da quella ne segue. In alcune delle mie “Porte” è inserita una chiave, indispensabile medium per accedere al “mondo – altro”, visto come dialogo interiore esperito. All’interno di queste dinamiche, le “Porte”sono il tentativo disperato di dialogo con altri uomini: in “Protezione”, non a caso, le “Porte” sono sovrastate dalla mia ombra, che non è sinonimo di oppressione, ma si fa segno di apertura e coscienza dell’urgenza comunicativa.

“Nulla di finito, nemmeno l’intero mondo, può soddisfare l’animo umano che sente il bisogno dell’eterno” (S.A. Kirkiegaard).

Delineare immagini è un modo per svelare la vita e tutte le sue dinamiche. Esse possono riprodurre storie intrise di speranza o di gioia, ma possono rivelare anche ciò che la mente rifiuta di accettare: la consapevolezza della sofferenza e del dolore. È proprio allora che le immagini, i sentimenti, i sogni e le speranze espresse con l’arte, intesa nel senso lato, come arte del racconto, della poesia, del teatro, permettono di dare forma all’inventiva, superando la “Porta” del dolore: cercando in noi stessi e non altrove.

 

 

L’ “Albero della Vita”

 

“Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce t’insegneranno cose che nessun maestro ti dirà”(B. da Chiaravalle).

Nel corso dei millenni, l’albero ha da sempre suggerito all’umanità un significato simbolico: ponte di passaggio dal fisico allo spirituale e, in questo senso, metaforicamente paragonabile all’uomo, che si fa mediatore anch’esso e luogo d’incontro tra forze del cielo e della terra, da dove attingere l’energia spirituale.

Il mio ”Albero della Vita”, eseguito su un supporto di legno di notevoli dimensioni, frutto di un lungo periodo di ricerca, raffigura un albero d’oro che si staglia su un muro. Tuttavia, la mia definizione dell’oggetto-albero si discosta da quella attribuitagli dal simbolismo classico: l’opulenza dell’albero, posto in una provocatoria contraddizione con l’asperità del materiale che è dietro di lui (anzi, che inavvertitamente sull’albero incombe), è simbolo della vita eterna, è la speranza di un ritorno alla vita, a voler simboleggiare quanto questa possa eludere la morte. “Oh, come desidero ardentemente crescere, guardo fuori e l’albero dentro di me cresce” (Rainer Maria Rilke).

 

 

“La Fuga” e “Il Ritorno”

 

Un altro tema da me affrontato è stato quello della “Fuga” e del “Ritorno”. La “fuga” è generalmente indotta dalle contraddizioni e dalle nevrastenie della quotidianità, una sorta di dissociazione tra sogno e realtà. Lo scopo della mia “fuga” non è quello di arrivare ad una meta precisa, a me basta il “viaggio”, è una fuga tentata con le mani, in cui sembra che ad inseguirmi sia una chiave, la chiave del tempo. Quando si scappa si prova sempre uno stato di disagio come quando ci si trova di fronte all’entrata di un tunnel di cui non si conosce il percorso, il tunnel rappresenta il mistero e l’avventura della conoscenza. Ma da quel cunicolo nasce prorompente il desiderio di ritornare, da quel silenzio plumbeo s’innalza una voce che ci grida di ritornare in noi stessi, da lì il bisogno del “ritorno”. Quel viaggio è stato necessario, l’unico modo di reagire è stato fuggire, bisogna perdersi per sapersi ritrovare, e il mezzo è il viaggio, inconscio, sognante, delirante, quindi prima l’azione, poi il ritorno, infine l’evoluzione, con una maggiore consapevolezza di sé, pronta alla lotta contro la quotidianità.

 

Conclusioni

 

Giunta al termine di questa breve auto-analisi, vorrei concludere con un pensiero del grande Pablo Picasso: “Tutto ciò che ho fatto è solo il primo passo di un lungo cammino. Si tratta unicamente di un processo preliminare che dovrà svilupparsi molto più tardi. Le mie opere devono essere viste in relazione tra loro, tenendo sempre conto di ciò che ho fatto e di ciò che sto per fare.”.

Francesca Rizzuto