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GIANO (6° App.)

Credo, in un’epoca come la nostra in cui l’originalità diventa sempre più una conquista difficile, quasi impossibile, che il Giano ci dia almeno un motivo per consolidare, partendo dalle nostre conoscenze già  acquisite,  quello che ormai è  diventato il naturale percorso de “Il musagete”, attraverso appuntamenti che siano stimolanti per noi che ci occupiamo di letteratura e di arte e, naturalmente, per chi poi, nel momento in cui li realizziamo, necessariamente ne dovrà fruire.

Non so francamente se da qualche parte in Italia o nel mondo esista già qualcosa simile al Giano, a me non risulta, ma al di là di questo, quello che invece è il lato più affascinante di questo percorso è  la scelta di andare a parlare dell’opera dell’artista nel luogo dove l’opera nasce.

Credetemi è un’idea molto seducente, forse la più ispirata che noi abbiamo avuto in questi anni.

Perché qui siamo dentro l’opera. Quella che già conosciamo dell’artista e quella che verrà. Qui l’artista coglie  ciò che quotidianamente aspetta, ciò che matura nell’intensità del silenzio creativo. E lo coglie per farne dono al suo personale talento e di conseguenza, poi, farne dono al fruitore.

Questo è il sesto appuntamento del Giano.

Sei incontri con sei artisti diversi, non soltanto calabresi, legati tutti al  percorso dell’arte contemporanea.

E ogni incontro, credetemi, ci ha regalato emozioni diverse perché ogni luogo  in un certo senso è espressione di ciò che l’artista è.

Ogni luogo contiene tutti i momenti, nessuno escluso, che l’artista vive in attesa che l’opera fluisca come un fiume dalla vena.

E non sono sempre momenti esaltanti.

Questa sera siamo nel Luogo di lavoro di Francesca Rizzuto. Un’artista giovane ma di grande talento.

Dirò anch’io due parole sulla sua opera. Non posso esimermi, nonostante gli interventi che seguiranno saranno molto più qualificati dei miei.

Vorrei partire con una definizione che Artaud diede della sua opera;

“Tutta la mia opera – scrive lo scrittore francese – è costruita su questa mischia di fuochi spenti, di cristalli e di eccidi, non si fa né si dice nulla, ma si soffre e ci si dispera e ci si batte, sì, credo che in realtà ci si batta. La lotta sarà apprezzata, giudicata, giustificata? No. Avrà un nome? Nemmeno nominare la battaglia significa forse uccidere il nulla. Ma soprattutto fermare la vita, non fermeremo mai la vita.”

Mi sono chiesto,  se nell’opera di Francesca Rizzuto si percepisca questa esigenza di mettere a sicuro il proprio mondo, di fermarlo, di legarlo a quella sorta di eternità passeggera che l’opera d’arte porta in sé.

Me lo sono chiesto e pur non avendo le certezze che mai le risposte possono dare in modo definitivo mi è parso di capire che in Francesca ci sia un caleidoscopio di motivi perennemente in movimento, che fanno dell’arte e della vita un progetto al quale vale davvero la pena di partecipare.

D’altronde lo scriveva anche Norman Rosenthal:

“Le opere d’arte migliori lavorano sempre con una certa velocità immediata, ci si rivelano non appena le incontriamo, anche quando incorporano significati complessi e si muovono su molteplici livelli di senso.

Le opere d’arte migliori evocano ed impongono domande complesse e dilemmi intricati, che si avvicinano alla complessità del reale con una velocità e un’efficacia assolutamente sconosciuta anche ai migliori testi politici e accademici.”

Nelle opere della Rizzuto si possono cogliere molti aspetti ma quello essenziale, quello che rende estremamente interessante ciò che lo sguardo coglie è che dentro c’è lei totalmente viva oltre il suo respiro. Viva d’altra vita non più sua né di chi la fruisce. Ma altra cosa che lo sguardo non coglie mai in modo definitivo.

L’opera d’arte non resta ferma dopo l’atto finale  ma accoglie la varietà del tempo altrui, se ne carica.

La Rizzuto non cerca di sfuggire il mondo suo e degli altri ma lo abbraccia con tutta la sua complessità e cerca di fare molto di più. Cerca, a mio avviso,  di darci non il senso di questo mondo, non è questo che a lei interessa, ma ciò che  viene prima del senso: la trama nella sua essenza che fa di ogni sguardo la creazione dell’istante che ci rappresenta.

Bonifacio Vincenzi