Civita, 7 Settembre 2007
Che cosa chiediamo ad un’opera d’arte?
Comincio con questa domanda perché in una domanda c’è sempre una sorta di slancio verso quella consapevolezza che riposa dentro di noi.
La domanda tende di risvegliare questa consapevolezza, almeno ci prova. E spesso, è nelle risposte che cerchiamo di dare soprattutto a noi stessi, la ragione per comprendere non tanto un messaggio, non tanto un’emozione, ma soprattutto quella verità che parte sì dall’artista ma che poi, in fondo, ha a che fare soltanto con quella particolare dimensione che ci accoglie e ci riguarda..
Allora, che cosa chiediamo ad un’opera d’arte? O più precisamente, che cosa chiediamo all’opera di Francesca Rizzuto?
Che cosa chiediamo se non ciò che è già vivo in noi e che custodiamo segretamente nella nebulosa spirale di una luce opportunamente nascosta dall’oscurità?
Il mondo di Francesca cerca di violare questa oscurità. E lo fa aprendo delle porte. Porte, forgiate dal silenzio, nell’intimità degli affetti, come a ribadire che non ci sarà fuga da ciò che si è quotidianamente. E che il viaggio non sarà un viaggio nella solitudine ma in ciò che la solitudine accoglie. Certezza infinita di essere soli ma di esserlo con dei punti di riferimento importanti dai quali non si può prescindere.
Colore e materia rincorrono il ritmo della sollecitazione espressiva, cercano approdi in spazi dove altri occhi si posano per ritrovare mondi che pulsano nella dimensione insospettata dell’opera.
Dietro ogni opera ci sono tracce di vita. Ci sono tracce di sofferenza, di gioia. Traccia di inquietudini, di abbandoni. Tracce di fughe e tracce di ritorni.
Ma dietro ogni opera, senza tregua, si alternano misteri non sempre svelabili e che tanto hanno a che fare con i nostri occhi chiusi all’essenza stessa della Vita e del suo giusto senso.
Se poi condividiamo la concezione della femminilità di Emmanuel Levinas secondo il quale “la trascendenza della femminilità consiste nel ritirarsi altrove, movimento opposto al movimento della coscienza. Ma non è, per questo, inconscio o subconscio…” Levinas la definisce semplicemente mistero.
Se si condivide questa concezione , ci appare più facile aprire le varie porte con le quali ci imbattiamo nell’arte di Francesca Rizzuto.
In realtà tutte queste sue porte, che siano quelle del mondo, del dolore, della rinascita o quant’altro conducono ad una sola entrata e la chiave d’accesso è unica per ognuna, perché nel profondo mistero della sua femminilità, Francesca Rizzuto cerca di svelare, attraverso l’opera d’arte, non il mondo, ma ciò che è il suo mondo;
di svelare non il dolore, ma ciò che è il suo dolore; di sollecitare non la rinascita, ma ciò che è la sua rinascita.
E per quella strana alchimia che è dell’opera d’arte, riesce a contagiare altri occhi, altre vite, altri mondi.
Questa è la straordinaria magia dell’arte.
Si diventa fruitori non tanto per esplorare il mondo dell’artista, ma semplicemente per ritrovare il proprio.
Francesca Rizzuto è arrivata all’arte da pochi anni, ma già si puo’ cogliere nelle sue opere una caparbietà che trova forza, riferimento, entusiasmo nel bisogno di cercarsi ma anche nel bisogno di essere accettata, compresa nel suo universo più intimo.
La creatività parte da questo bisogno, e forse alla fine è solo un espediente, un cercare il veicolo per sollecitare non solo ciò che l’artista ha da dire, ma qualcosa di più complesso, come un’immensa tela di ragno, in cui i fili si prolungano indefinitivamente dove tutto si unisce e si divide, tutto si coglie e si abbandona in quella febbre creativa che arroventa l’istante.
Da dove viene questa febbre?
Dov’è che l’opera nasce, dove si carica del suo mistero violabile, per donarsi a sguardi opportunamente sollecitati?
Blanchot ci direbbe che “nell’esperienza artistica e nella genesi dell’opera d’arte c’è un momento dove questa non è ancora che un’indistinta violenza che tende ad aprirsi e a chiudersi, ad esaltarsi in uno spazio che si apre ed a ritirarsi nella profondità della dissimulazione: l’opera è allora l’intimità in lotta di momenti irriconciliabili ed inseparabili, comunicazione lacerata tra la misura dell’opera che si fa potere e la dismisura dell’opera che vuole l’impossibilità, tra la forma in cui si coglie e l’illimitato in cui si rifugia, tra l’opera come indizio e l’origine a partire dalla quale non esiste mai opera, dove regna l’inattività eterna.”
Il pensiero di Blanchot, si sa, è sempre immerso in una profondità dove si fatica a liberarne il senso, ma, in verità, in lui c’è sempre una traccia luminosa capace di guidarci in qualsiasi percorso.
Anche, in questo percorso affascinante nell’opera di Francesca Rizzuto che pare abbia già, e questo è sorprendente per la sua giovane età e per i suoi pochi anni di esperienza nel mondo dell’arte, pieno dominio della sua sensibilità.
Questo dominio ben definito e chiaro le ha permesso di presentarci opere come queste e le permetterà in futuro, sicuramente una crescita, che io personalmente non solo auspico, ma mi sento, altresì, in dovere di incoraggiare.
Ritengo, personalmente, che di Francesca Rizzuto sentiremo parlare molto nei prossimi anni perché il suo talento è già riconoscibile e promette sicuramente un’evoluzione che non potrà che sorprenderci positivamente.
Bonifacio Vincenzi