Considerazioni sulla ferita nera
Si potrebbe scrivere molto sulla creatività artistica. Da dove nasce, come si sviluppa, cosa insegue, cosa cela. La sua configurazione sempre nuova, sempre diversa lievita nel mistero, si fa voce di un vissuto inconscio, spesso traumatico, insostenibile, per certi aspetti inaccettabile.
La spinta, quindi, a creare diventa un modo, l’unico modo, per lenire ferite interiori mai rimarginate. Diventa il tentativo non tanto di superare il nodo conflittuale interiore, bensì un rimedio per imparare ad abitare il dolore, la sofferenza dandole forma affinché fluisca dall’inconscio senza ristagnare.
L’arte, come giustamente sottolinea Edvard Munch, emerge maggiormente dal dolore E se ripercorriamo la storia dell’arte ben presto ci accorgiamo che nessuno dei grandi artisti che hanno contribuito a scriverla, era immune dal dolore.
Ora, osservando attentamente questa Ferita nera che abbiamo scelto per caratterizzare la copertina di questo particolare numero della nostra rivista, parte non disgiunta dalla serie di ferite che Francesca Rizzuto, artista calabrese di notevole talento ha realizzato, non possiamo evitare in nessun modo di domandarci ciò che l’opera intende dirci.
Per pura onestà intellettuale devo ammettere che il dipanarsi di questo mio breve intervento sull’opera di copertina, risente molto di un mio recente incontro, per certi aspetti entusiasmante, con il libro di Marco Alessandrini, La mente spiegata da Edvard Munch, pubblicato recentemente da Magi.
Ne risente non tanto nella forma quanto nella tematica ma anche nel modo di predisporsi dell’artista all’atto creativo.
Francesca Rizzuto ha questo irrefrenabile impulso a ferire, a scavare la struttura dove l’opera prende forma con una gestualità per certi aspetti rabbiosa, dove il colore viene impresso spesse volte a mani nude. “In tal modo – scrive Marco Alessandrini riferendosi a Munch – sembra infatti essersi palesata la rabbia, ma insieme la fascinazione, verso l’imprendibilità delle tracce inconsce, verso l’identità o il Sé, nel suo immancabile sottrarsi.”
La Rizzuto ha, inoltre, un rapporto molto importante con la scrittura dove spesso cerca di chiarire il suo percorso artistico. Leggendo i suoi scritti si coglie certo ciò che dall’opera poi traspare, ma anche altro, un non detto ben celato nell’opera stessa, misterioso e inquietante, che ha molto a che fare con i vissuti sommersi sia dell’artista che del fruitore.
Ma tornando alla Ferita nera, alla sua configurazione chiara e complessa al contempo, il dato positivo da cogliere, nel contemplarla, è una sorta di accettazione della stessa. Se la si osserva attentamente traspare chiaro l’atteggiamento dell’artista di fronte alla ferita: lei sa che c’è e anche la cucitura larga, non tenta di saldare le due estremità della lacerazione. Traspare chiara la consapevolezza di non poterla sanare, ma si coglie anche una lotta per non legarsi ad essa.
Da questo punto di vista la raffigurazione della ferita diventa il tentativo sì impossibile di guarirla ma anche il desiderio di volgersi verso nuove possibilità di se stessi.
Qui non si cercano soluzioni per risolvere un malessere bensì un modo per conviverci alla meglio.
E il modo è legato, paradossalmente, a questa rappresentazione cruenta, a questa sensazione stringente, per certi aspetti inquietante, che dà senso e forma al disagio. Non è una via d’uscita perchè la lacerazione è consistente. Presuppone invece un movimento che canalizza questo magma venuto fuori dalla rimozione, che diverge dal focolaio del dolore, per dirigersi verso una dimensione sedante che trova nella creatività artistica un potente anestetico.
Bonifacio Vincenzi