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Incontri con l'arte

Non mi intendo di critica d’arte, il mio campo è la letteratura, quindi credo che sarò senz’altro originale, un po’ come Oscar Wilde che diceva:

“Amo parlare di niente, è l’unico argomento di cui so tutto”.

Francesca Rizzuto è artista performer, più ancora che pittrice, come testimonia il suo tirocinio della e sulla materia e sui diversi linguaggi e intendendo, più contestualmente quanto è andato affermandosi dalle avanguardie novecentesche in poi in relazione alle tecniche e alle poetiche in tutti i campi, dal teatro alla scultura alla pittura e, subito dopo, anche ai linguaggi multimediali.

Le innovazioni registratesi legittimano l’esigenza della molteplicità e della versatilità dei materiali e, mentre nel teatro anche la linea, il frammento di luce e di suono, hanno dignità di linguaggio e non più soltanto il corpo e l’attore, e la scena pure di per sé ne ha, nell’arte l’astrazione rinnova e non compromette affatto il realismo, allarga il ventaglio delle nostre percezioni, e di conseguenza della realtà; si supera la “plastica tragica” per un’introspezione più efficace. Si crea una vera e propria situazione di avventura creativa che ricorda bene quanto afferma Georges Braque: “Il quadro è ogni volta un’avventura. Quando mi avvicino ala tela bianca non so mai cosa potrà venir fuori. Questo è il rischio che dobbiamo correre”.

Così il termine tradizionale di pittura non è più in grado di esprimere dovutamente tutte le modalità di percezione e produzione, i diversi canali per altri materiali, le forme che ne derivano dagli spazi reali e immaginari, molto fervidi nell’universo culturale della nostra artista. Nelle belle soluzioni ibridate, portate alla luce, materia e colore assurgono a paradigmi nei quali si declina un controverso mondo interiore, fatto di passaggi oscuri ma imprescindibili, un humus di archetipi e miti che, non so quanto consapevolmente, ma che importa?, conducono a volte a soluzioni mistiche ma chiaramente di derivazione laica, altre volte richiama l’esperienza alchemica. È significativo che lei chiami “caverna”quanto il buon Bonifacio chiama atelier…; che tra i soggetti, nell’esplosione caotica di luci e colori, sia frequente il motivo della porta; dietro ogni porta c’è un universo, e ogni universo sprigiona il suo carico di fascino e di paura, di gioia e di dolore, ma anche di liberazione e di crescita. L’artista è lì che vuol fare i conti con le paure, le angosce; non a caso ad esse, nelle tavole i cui soggetti sono i quadrati, si associa l’immagine a volte dorata della chiave; “Io amo gli uomini che cadono, se non altro perché sono quelli che attraversano”, recita un aforisma di Nietzsche; quindi cade chi nasce, chi vive, chi si trasforma, tutto il resto è stasi, inerzia, non vita. Il ricorso ai pigmenti e alla materia sembra qui voler affidare a un anelito trascendente le risposte, la chiave del mistero di cui lei si fa medium. Sorprendentemente, quando ho osservato la sua arte, ho subito pensato che vi fosse ben poco di casuale e molto più di organico e generato da pulsioni recondite, quindi che l’opera ci voglia indicare sempre un altrove, una sorta di completamento dell’esperienza sensibile e della verità con un mondo di cui siamo in grado, se restiamo immobili, di cogliere solo sfumati contorni e bagliori: come non si può pensare al mito della caverna di Platone?

È una dialettica che si dipana ermeticamente sulla dicotomia di terrestre e celeste, di materiale e spirituale, sulla parte ai sensi percepibile e l’altra impercettibile, ma altrettanto vera, la zona d’ombra, l’altra faccia della luna, quella Lilith originale, matriarcale passionale fertile trasgressiva e protettrice delle donne partorienti e della vita stessa, che la storia degli uomini, non delle donne, ha soffocato per restituirci quell’eterno femminino che tanto bene Shakespeare incarna in un personaggio come Lady Macbeth: la donna demone, che si aggira sugli spalti del suo castello scrutando terrorizzata la sua piccola mano in cui teme di vedere tracce di sangue e che tutti i profumi d’Arabia non basteranno a levigare”.

Due volti, come Giano, il passato e il futuro, così siamo perfettamente in tema con quest’incontri del Giano…

Coerentemente, troviamo i due simboli, ricorrenti, del quadrato del cerchio. Che dire? Mi sembra sorprendente che Francesca non abbia un passato da alchimista! Il quadrato rappresenta la terra anche se superficialmente si può pensare ad essa come al cerchio…ma non è così. Siamo soliti dire “i quattro angoli della terra” ma il cerchio non ha angoli, il quadrato sì; difatti anticamente la Terra si credeva fosse piatta e quadrata, retta su colonne o animali o sul povero Atlante; sotto si spalancava l’abisso…e dalla Genesi apprendiamo dei quattro fiumi che scorrono dall’Eden e nella Gerusalemme celeste, irrigando in perpetuo. Il cerchio è simbolo del cielo, anche un segmento di sfera lo è, pensiamo alla cupola delle basiliche o al catino absidale in cui si rappresentano scene celesti e nel quadrato delle basiliche il testo del mondo. Si fa strada il sospetto che la nostra artista cerchi la quadratura del cerchio!

Il che, semanticamente, teologicamente, non è assurdo e ci fa tornare al passaggio di prima, ovvero quell’aspetto di altrove, metafisico e spirituale, che soltanto può completare il percorso umano e il ricongiungimento alla perfetta agognata unità. Soltanto l’arte può scaldare la materia intorpiditasi delle nostre vite, dei nostri paesaggi anche o soprattutto interiori con quell’afflato mistico che aleggia in questo laboratorio, o atelier o caverna, e che, tra il terrestre dei quadrati il trascendente dei cerchi, tra il ciarlatano e la croce, credo trovi la massima espressione nell’opera dell’ Albero della vita di edenica memoria, ma bisogna andare oltre e lo farò con un verso di Tagore: “Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto”. L’albero, e quest’opera, riassumono perfettamente, dalle radici che sono il principio alle foglie che sono la manifestazione, l’esigenza di attingere all’ombra quanto di slanciarsi verso il sole, il travaglio stesso dell’artista perennemente in viaggio tra il sonno e la veglia.

Rocco Taliano Grasso